A proposito di critiche I

Dopo aver assistito a una sfuriata da parte di un fan convinto che “le tue recensioni non sono obbiettive perché sei solo una frustrata invidiosa” (vi risparmio ulteriori dettagli sulla questione, visto che si è già parlato fin troppo di questo, perciò vi rimando direttamente qui), la mia bizzarra testolina di adolescente si è messa al lavoro ancora una volta, interrogandosi su questioni altamente filosofiche.

Perché se un lettore qualunque osa criticare un libro in termini più, diciamo, coloriti del solito (e con questo mi riferisco all’ironia, non certo agli insulti o alle offese pesanti), deve sempre saltare su un altro lettore ad accusarlo di invidia nei confronti dell’autore?

Perché, anche dopo aver ripetuto millanta volte che si è fatto di tutto per scrivere una recensione oggettiva e basata su fatti verificabili da tutti (con tanto di citazioni), si viene regolarmente accusati di essersi lasciati prendere dalla rabbia verso lo scrittore per i più svariati motivi?

Perché giudicare positivamente va sempre bene, mentre giudicare in modo negativo è da presuntuosi, frustrati, invidiosi e chi più ne ha più ne metta?

Ho già in parte affrontato la questione all’interno della recensione dalla quale è partito tutto, ma non avendo materiale a sufficienza per costruirvi un post completo, in un primo momento ho pensato di aggiungere alcuni dettagli alla recensione stessa.
(I suddetti dettagli, per chi non avesse seguito tutta la faccenda, commentavano alcune affermazioni che Alessia Fiorentino – l’autrice del libro da me criticato – aveva scritto in un articolo sul suo blog, sempre a proposito delle critiche, con cui mi trovavo in disaccordo. Nessun problema se ve li siete persi: li troverete tali e quali anche qua.)

Poco fa, però, mi è stato segnalato un altro post, in cui Alessia Fiorentino metteva il link a una recensione del suo libro trovata su internet, che era stato commentato in modo, a mio parere, estremamente interessante. Continue reading

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Critica tu che critico anch’io!

Non so quanti di voi abbiano avuto l’opportunità di seguire in diretta il “duello” svoltosi domenica scorsa all’interno dei commenti del post sulla recensione di Sitael, che vedeva coinvolti la sottoscritta e un simpatico critico spuntato chissà da dove. Trattandosi della vigilia di Ferragosto – ovvero uno dei pochi giorni dell’anno in cui la gente ha mediamente qualcosa di meglio da fare che starsene a navigare su internet -, però, ho deciso che il suddetto duello meritava davvero troppo per essere lasciato lì dov’era, a prendere polvere tra dei commenti che fra qualche mese nessuno ricorderà più. Quindi, per la gioia di tutti voi e in particolare del mio amico Il Critico, ecco a voi la prova di cosa sono capaci i fan di un libro che viene criticato duramente, nonché di quanto sia facile criticare (si fa per dire) nascondendosi dietro allo schermo di un computer:

Critica tu che critico anch’io!

Un disegnino creato dalla sottoscritta, profondamente ispirata dall’occasione ^^

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Recensione: Sitael – La seconda vita

Come promesso nelle “Letture di luglio”, ecco qui la recensione approfondita di Sitael – La seconda vita, romanzo d’esordio di Alessia Fiorentino.

Titolo: Sitael (1/3)
Sottotitolo: La seconda vita
Autore: Alessia Fiorentino
Genere: fantasy classico, lotta luce/buio
Lingua: italiano
Editore: Dario Flaccovio
Collana:  –
Pagine: 861
Anno di pubblicazione: 2010
ISBN: 9788877588463
Prezzo: € 22,00
Formato: brossura
Valutazione

Qualcosa sull’autrice

Anche per questo libro mi sembra d’obbligo spendere qualche parola sull’autrice, sulla nostra Alessia Fiorentino (classe ’90). Di lei sappiamo che, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo, non aveva mai letto niente di fantasy, anzi, non conosceva neanche questo genere. Aveva però il desiderio di leggere una storia fantastica, così invece che continuare invano a cercarla ha deciso di scriverla.
Ora, una delle regole non scritte che ogni autore dovrebbe rispettare è: scrivi solo di ciò che conosci. Vi state già chiedendo, dunque, come abbia fatto una quattordicenne a scrivere un fantasy così corposo senza mai aver letto nulla o quasi di fantasy? Anch’io ero molto curiosa di scoprirlo, perché mi è capitato spesso di leggere libri scritti da autori che affermavano di non essere mai stati dei buoni lettori… e la mancanza di un bagaglio di letture di fondo si faceva sentire. Con Sitael sarà diverso?, mi domandavo prima di leggerlo. Lo scopriremo insieme fra poco, perché la presentazione della nostra giovane scrittrice non è ancora giunta al termine.
Alessia Fiorentino, infatti, non ha scritto un libro soltanto: da quando aveva 14 anni fino ai 20 ne ha scritti ben sei, raggruppati in due trilogie, mentre la sua età anagrafica coincideva con quella del suo protagonista, Etenn. La stesura di ogni romanzo, in pratica, è durata un anno, in modo che Alessia ed Etenn avessero sempre la stessa età.
Di lei sappiamo anche un altro interessante particolare: come Alessia scrive nella sua presentazione, Sitael si è scritto da solo, quasi di getto. Un bene? Un male? Anche questo lo scopriremo presto.

Alcuni assaggini 

Entriamo subito nel vivo della recensione e cominciamo a esaminare il nostro libro: come i più arguti di voi avranno intuito guardando la copertina e come sarà facile intuire fin dall’inizio del libro, il bel ragazzo che vi troviamo, naturalmente, è Etenn, il protagonista della storia… per la gioia dei lettori che preferirebbero immaginarsi da soli i personaggi, piuttosto che trovarseli già belli e pronti.
So che questa può essere un’opinione oggettiva, ma per quanto mi riguarda quella di piazzare in copertina la faccia del protagonista non è proprio una gran trovata: e se a un lettore a caso (tipo me) la suddetta faccia facesse schifo? In questo caso ci sarebbe poco da fare, a parte cercare il più possibile di non guardarla: solo perché l’autrice si immagina il suo personaggio in questo modo, non significa che per me sia lo stesso. Un esempio sono quelle inguardabili righe nere attorno agli occhi che danno al personaggio un’aria decisamente emo: non mi risulta, perlomeno, che nel mondo di Etenn esiste l’eyeliner.
Vi invito a verificare di persona, inoltre, l’originalità della suddetta copertina, copiata pari pari da un’immagine di Frodo Baggins. Stessa identica posizione della mano, stesso sguardo profondo, quasi stesse pieghe del mantello… Semplice ispirazione? A me, sinceramente, sa più di plagio.*

making gifs

Ad ogni modo passiamo oltre. Apriamo il libro e… magia! Niente cartina diciottoperventicinque!

In realtà, andando a curiosare sul blog dell’autrice, ho scoperta che la suddetta cartina esiste:

A parte i nomi random, un numero un po’ ridotto di città per un mondo così grande, la grossa riga nera che ha tutta l’aria di essere un fiume che va da mare a mare, la città del kattivo (Goriahm) piazzata nell’angolo più in alto al di là di una catena di cucuzzoli e le montagne stranamente tutte uguali, devo ammettere che non è malaccio come mappina fèntasi. C’è molto di peggio, perlomeno.
Non avendola sott’occhio mentre leggevo il libro, però, non ho potuto seguire i movimenti dei nostri personaggi, perciò non saprei dire se è stata disegnata tenendo conto della storia o se è stata realizzata alla “tanto per”. Inoltre, non è stata inserita all’interno del libro, e visto che questa è una recensione sul libro e non sull’intero background ideato dall’autrice per la sua storia, non ne ho tenuto conto nella valutazione del libro. Anche perché non avrebbe fatto una gran differenza, è chiaro.

Diamo un’occhiata alla fenomenale lista della spesa introduzione che si trova a inizio libro:

Benvenuti in un mondo
in cui avvengono cose straordinarie.
Alcune magiche e meravigliose.
Altre… terribili.
Ma alla fine voi,
e solo voi,
riuscirete a vincere.
Coraggio.
Lealtà.
E Luce.
Vi accompagneranno in questo lungo viaggio.
Pensate quello che volete,
ma questa storia… Già.
Questa storia è vera.

Solo a me viene spontaneo domandarmi come sia possibile che alla fine “noi” riusciremo a vincere, considerato che la storia è ambientata in un altro mondo? Mah, non chiedetemelo: siamo in un libro fèntasi, e tanto basta. Posso pensare quello che voglio? Molto bene: penso che chi ha scritto questa introduzione avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più, perché così sembra provenire direttamente da un videogame. Solo che ci troviamo in un libro, e questo non è propriamente un bene.

Prima di proseguire, vi consiglio di dare una spizzicata al capitolo che la Dario Flaccovio mette a disposizione sul sito.

Dopo questa breve introduzione, ci troviamo con una delle cose che proprio non può mancare in un fèntasi, ovvero il prologo. Leggasi: la soluzione più sfruttata dagli scrittori pigri, che naturalmente preferiscono di gran lunga raccontare il tutto invece che mostrarlo nel corso del romanzo, per introdurre la loro storia. E Sitael, naturalmente, non fa eccezione.
In questo prologo scopriamo che la storia è ambientata a Lycenell, la “terra antica e lontana circondata dal mare”; conosciamo il mega-superkattivo di turno, ovvero Qurasch,  che è nientemeno che il figlio del Demonio in persona!

Ecco a voi il terribile Qurasch!!! Paura, eh?

Poi veniamo a sapere che il nostro amico Qurasch ha inventato un esercito di mostri brutti&kattivi di nome Varles, e un bel giorno decide di attaccare Varvaria, una delle città di Lycenell. Ma una donna di nome Regina riesce a fuggire e raggiunge Oreah, dove fa un patto con il Sole: fonderà in suo onore un ordine di cavalieri, i cui componenti sarebbero stati scelti per via del fykissimo potere di possedere la Luce. Il cambio il Sole donò il Sitael, che è un’altra fykissima arma in grado di distruggere Qurasch il Superkattivo, il quale a sua volta è l’unico che può distruggere il Sitael. Che botta di originalità, non trovate? Non c’è niente di più innovativo dell’epica ed eterna lotta tra la luce e il buio! E soprattutto, il kattivo veramente kattivissimo è un’idea che non si era mai sentita prima, nevvero?
Ecco, cara Alessia, cosa succede a voler scrivere fantasy senza aver mai letto nulla di fantasy.
Oddio, se è per questo non è vero neanche il contrario: esistono scrittori di vasta cultura del genere, i cui libri non sono proprio il massimo dell’originalità. Ma almeno dopo aver letto un discreto numero di libri fantasy, un lettore dovrebbe avere già un’idea di quali sono i cliché più tipici del genere, e di conseguenza dovrebbe almeno tentare di evitarli. Ma se non si conosce minimamente un genere, non solo si scadrà negli stereotipi più ovvi, ma lo si farà ignorando che ciò che si sta scrivendo non è esattamente l’idea più innovativa del mondo. L’unico punto a favore che mi sento di dare a questo prologo è il seguente: è conciso, non si perde in riflessioni e descrizioni inutili, e soprattutto è breve; i frequenti spazi, inoltre, lo fanno scorrere velocemente. Sempre meglio di un prologo stile Gli eroi del crepuscolo, in ogni caso.

Fine del prologo. Salto di ben 300 anni.
Ora ci troviamo a Varvaria, dove, ancora prima che sorga il sole, una donna esce di casa da sola, si allontana dal villaggio e attraversa prati e boschi prima di arrivare a una sorgente, dove si ferma e fa il bagno.
Notate niente di strano? Be’, spiegatemi se una cosa del genere è plausibile, visto che, come si capisce dopo poco, i Varles, i kattivi al servizio di Qurasch, sono ancora in circolazione! Da quando le ragazze in un epoca pseudo-medievale se ne vanno in giro sole solette in piena notte, si spogliano per farsi il bagno e rimangono lì tranquille senza che un qualche malintenzionato le noti?
Lo so, avete ragione: è fèntasi, non bisogna farsi problemi su queste cose!
Nella scena, però, compare anche un altro individuo: una figura nera dall’ombra nera, incappucciata di nero e che è seguito da una nebbiolina nera (chi sarà mai?), sale sul pendio roccioso che lo porta al di sopra della cascata, portando con sé un fagotto nero. Una volta arrivato in cima, getta il fagotto nella cascata, senza accorgersi della bella donna che sta facendo tranquillamente il bagno… Casualmente, però, il fagotto ritorna a galla e la donna lo solleva dall’acqua, lo apre e… sorpresa! C’è un neonato! *Stupore generale* Ma non è un neonato qualsiasi: è il più bel neonato che la donna abbia mai visto! Biondo, con gli occhi color oro… che chiedere di più? E indovinate un po’ il nome che viene affidato al piccolo: si chiamerà Etenn, che significa nientemeno che portatore di luce… e già a questo punto anche il lettore più ingenuo avrà capito tutto della storia.
Serviva tirarla per le lunghe per più di 800 pagine, anzi, addirittura per sei libri? Naturalmente sì, e scopriremo subito il perché.

Un minestrone di stereotipi

È questa la prima definizione che mi è venuta in mente non appena ho concluso questo romanzo. Anzi, no, molto prima di averlo concluso: in realtà, la puzza di cliché si percepisce fin dal capitoletto introduttivo. In Sitael troviamo, infatti:

• un protagonista Gary Stue (ho calcolato personalmente il grado di Marysuaggine grazie all’apposito test: non è di quelli irrecuperabili, ma è comunque un malato grave) – rigorosamente orfano, adottato e tenuto all’oscuro delle sue origini – che all’inizio del libro non riesce a tenere in mano una spada, ma che diventa bravissimo nel giro di pochi capitoli, per l’esattezza a partire dall’amnesia che subisce;

• il suddetto protagonista, ovviamente, si rivelerà essere il predestinato, l’oggetto della misteriosa profezia, “colui che è nato per essere Luce”;

• come se non bastasse, finisce per ingoiare accidentalmente una pietra magica che gli fornisce altri magic powers specialissimi e unici;

• il solito superkattivo che terrorizza tutti per ben tre ere, ma che un quattordicenne riesce a sconfiggere in un capitolo;

•  degli elfi – che sono uno stereotipo già per conto loro – non si sa molto; qui, infatti, si parla per lo più degli Sharephi,  che in pratica erano elfi ma si sono slegati da loro, trovandosi naturalmente un nuovo nome. Anche parlando degli Sharephi, però, le cose non migliorano, perché dei tre individui che compaiono nella storia, la ragazza è anch’essa una Mary Sue, il primo ragazzo è decisamente lunatico (all’inizio è un presuntuoso come pochi, poi finisce col diventare super simpatico con Etenn, e i suoi atteggiamenti si alternano di continuo) e il secondo è fondamentalmente inutile, tanto che viene tolto di mezzo non appena si presenta l’occasione giusta;

•  il solito viaggio periglioso attraverso mezza Lycenell per raggiungere Oreah, la città dove si trova il sole; per 700 delle 861 pagine non succede altro;

• ah, e non scordiamoci del fatto che il protagonista – perfetto sotto ogni punto di vista – possiede un fratello anch’esso molto kattivo, creato da Qurasch per distruggerlo in caso lui fallisse: Etenn è biondo con gli occhi color oro, mentre Stacra è moro con gli occhi rossi; Etenn è luce così come Stacra (questo è il nome del fratello kattivo) è buio; Etenn rappresenta il bene come Stacra rappresenta il male. Altra botta di originalità, non trovate? Non farò spoiler, però, casomai dopo questa recensione ci sia ancora qualcuno disposto a leggere questo mattone, perché in fondo in fondo un che di interessante in questa lotta tra fratelli rimane… Niente di sconvolgente, però;

Stacra, il gemello kattivo di Etenn.

•  infine, abbiamo come idea di base un concetto vecchio come il mondo: il Sitael, infatti, è un’arma di luce, è in pratica luce allo stato puro. È una luce che non viene mai e poi mai intaccata dalla tenebra, e di conseguenza il suo portatore non può che essere perfettamente buono. E permettetemi di obbiettare che un personaggio completamente buono è piuttosto irreale: possibile che non abbia mai un momento di debolezza, una crisi di panico, una fase di sconforto, un attimo di follia e desiderare di mandare a monte tutto, una notte di problemi di stomaco… No, niente di tutto questo. Una qualche sconfitta ogni tanto, per fortuna, ce l’ha (come a seguito della lotta contro le Ninfe: una scena che avrebbe potuto risultare interessante, se solo l’autrice non l’avesse liquidata in poche righe, ma è comunque uno dei punti meglio riusciti, secondo me), ma poi riprende a essere perfetto e infallibile come se niente fosse accaduto. Un protagonista troppo perfetto, ahimè, non è mai un buon protagonista: vi dirò che all’inizio mi ci ero affezionata, perché nonostante tutto qualche problemuccio per esempio di autostima non gli mancava, ma poi… lasciamo perdere.

Un appunto sui nomi

Come sempre, la nostra Alessia presenta diversi sintomi della temuta Sindrome di Sonohra. Non si tratta, fortunatamente, di una forma grave, ma ho riscontrato sufficienti prove di questa letale malattia. Le più palesi sono le seguenti:
• Sharashidahllen (non sarà per caso parente della  Sylvianarlamistrydian de Gli eroi del Crepuscolo?);
• Cheyun;
• Hayel (l’altro nome molto fygo di Etenn);
• Goriahm (da qui in avanti vengono dalla cartina);
• Ashleyrey;
• Valle Soahsghen;
• Lyangalonh;
• Thilye;
• Lahngral;
• Nith-Hayah;
• Yath Vanlassaii;
• Fharòden;
• Lago di Rionh;
… ovvero, degli ottimi esempi di quanto sia bello e divertente pigiare a caso le lettere sulla tastiera, magari infilando qualche H o qualche Y dove capita per dare un effetto davvero mystycoh, senza però rendersi conto che con una trovata del genere si ottengono soltanto nomi ridicoli e impronunciabili.

700 pagine di nulla 

A proposito del cliché del viaggio periglioso, c’è un’altra cosa interessante da dire riguardo a Sitael e anche a proposito, come ho scritto nella presentazione dell’autrice, dello scrivere di getto: per tutta la parte centrale (diciamo da pagina 100 fin circa a 750-800), la nostra storia è caratterizzata da una quasi totale assenza dello sviluppo della trama. Ok, la nostra compagnia di personaggi (Etenn, i tre Sharephi, un elfa e il capitano – mi pare di non aver scordato nessuno, quindi se l’ho fatto scusatemi: purtroppo Sitael non è propriamente uno di quei libri che ti stimolano l’attenzione dall’inizio alla fine…) attraversa tutta Lycenell, da Nord a Sud, e mentre viaggiano passano in rassegna tutte le creature fantastiche che abitano la terra. In pratica, si scontrano con:
• elfi;
• draghi;
• ninfe;
• sirene;
• centauri;
• giganti;
• Varles, ovvero i mostriciattoli creati dal cattivo;
• simpatiche donzelle che trasformano la gente in pietra;
… e grazie ai suoi magic powers – dei deus ex machina niente male – spuntati dal nulla, Etenn riesce sempre a farla franca, spesso in extremis.

A questo punto credo sia palese che Alessia Fiorentino non sapeva più come fare per non ridurre il suo fantasy a un libretto di 200 pagine scarse, perciò ha preferito allungare il brodo a dismisura, riempiendo la sua storia di parti fondamentalmente inutili (perché una buona parte di questi scontri con le varie creature si sarebbe potuta tagliare senza rimpianti, o comunque accorciare di un bel po’) e soprattutto noiose. Ecco cosa succede a scrivere di getto, senza “sprecare” tempo prezioso prima di cominciare a scrivere stabilendo tutte le pieghe che dovrà prendere la trama. Se avesse fatto così, scommetto che le pagine risultanti sarebbero la metà di quelle attuali. Ma si sa: un fèntasi non è bello se non è lunghissimo e pieno di parti inutili! Se lo dice anche Nonciclopedia c’è da crederci!

Lo Stile

Parliamo un po’ dello stile di Alessia Fiorentino, cominciando subito da quella che dovrebbe essere la regola principale di ogni scrittore: lo Show, don’t tell. Ci sono punti in cui il libro è scritto benino: mostra le scene  in modo efficace, per lo più è scritto in modo diretto, senza perdersi in parti contorte. Ce ne sono altri – e sono la maggior parte – in cui il mostrato fa proprio acqua, in cui gli avverbi e gli aggettivi inutili non si contano e che la narrazione diventa ultra-noiosa. Le ingenuità, naturalmente, non mancano (come i nostri amici che si cibano con una quaglia, o le scale nel palazzo delle sirene…). Il colore dei capelli e degli occhi di Etenn, inoltre, viene ripetuto ogni volta che si presenta l’occasione, e sempre in questi termini:

Etenn era, appunto, molto biondo, e i suoi occhi erano grandi, particolarissimi: color dell’oro. [pag. 19]

No, Alessia Fiorentino non si accontenta di piazzare l’immagine del suo beniamino in copertina: ci delizia continuamente con obbrobri del genere, come se i lettori fossero così scemi da non ricordare da una volta all’altra l’aspetto fisico del protagonista. È naturale, no? Etenn rappresenta la luce, la bontà assoluta: la perfezione incarnata, in poche parole. Quindi è praticamente obbligatorio ricordare tutti i momenti a lettore che il personaggio di cui sta leggendo le avventure è bellissimo, biondissimo, con degli occhi particolarissimi e soprattutto dall’animo coraggiosissimo. Cos’è che dicevo riguardo ai personaggi troppo perfetti? Ah, sì, che non sono proprio un granché…

‘Mazza quanto sei biondo, Etenn!

A parte queste descrizioni veramente puerili, però, si arriva addirittura a errori veri e propri, come quello che troviamo a pagina 23:

[…] per questa ragione [Caliel, il fratello maggiore di Etenn] aveva dovuto nominarlo scudiero sebbene Etenn non sapeva fare niente e non fosse adatto a quel ruolo.

Capisco che ormai il congiuntivo sia diventato una cosa out, ma non è una novità che mettere l’imperfetto dopo “sebbene” sia sbagliato… E questa non è l’unica schifezza che ho trovato, purtroppo. La domanda, alla fine, è sempre la stessa: editor, dove seeeei?

Conclusioni

A questo punto credo sia inutile dire che non vale assolutamente la pena di spendere ben 22 euri per acquistare un fèntasi come Sitael. Già il prezzo è da infarto per conto suo (e ringrazio di essere riuscita a trovarlo scontato del 50%), ma per un libro venuto male come questo, non ho nessun rimpianto nel dire che quelli della Dario Flaccovio sono degli autentici ladruncoli. Capisco la mole non da poco, i costi di stampa e tutto il resto, ma esistono un sacco di libri stampati in brossura come Sitael, addirittura con diverse pagine in più, a un prezzo molto più onesto. Proprio non capisco come si possano pubblicare libri del genere, oltretutto senza uno straccio di editing. E poi mi vengono a dire che gli editori tirano fuori la scusa che un libro è troppo lungo, pur di non pubblicarlo…

* Ringrazio Gianlu830 per avermela segnalata.

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Il fenomeno dei baby scrittori… raccontato da una baby scrittrice

Partiamo in quarta con la descrizione di un fenomeno che riguarda molti, la sottoscritta prima di tutto, anche se nel mio caso non direttamente.
Se siete degli abituali frequentatori della sezione “Libri ed autori” di Yahoo! Answers, ma anche se bazzicate spesso in libreria o se siete comunque dei lettori assidui – e se non siete nessuna delle tre opzioni precedenti, ve lo dico io – probabilmente avrete notato anche voi un curioso fatto: il mondo (l’Italia in modo particolare, sembrerebbe) è pieno di aspiranti scrittori, molti dei quali adolescenti. E quando dico pieno intendo proprio strabocchevole.
Su Answers, domande del tipo:
– “Come si scrive un libro?”;
– “Come si diventa scrittori?”;
– “Come vi sembra il mio stile di scrittura?”;
…fino ad arrivare a oscenità della serie: “Voglio scrivere un romanzo… Mi dite la trama?”, se ne trovano come minimo tre al giorno.
E fin qui non ci sarebbe niente di male, se non fosse per un piccolo particolare: di tutti questi aspiranti scrittori, sì e no un 10% sa effettivamente cosa significhi “scrivere”. La maggioranza, infatti, riempie la sua domanda con un numero talmente alto di svarioni grammaticali e altre robacce inguardabili, arrivando addirittura al bimbominkiese, da chiedersi: “Ma perché deve fare proprio lo scrittore? Non sarebbe meglio mandarlo a lavorare in miniera?”. (Senza offesa per i minatori, ovviamente!)
Detto questo, torniamo all’argomento principale, ovverosia i baby scrittori.

Un baby scrittore al lavoro.

Prima di tutto, cosa sono, o meglio chi sono questi sconosciuti? Naturalmente “dicesi baby scrittore un adolescente di età compresa tra i 12 e i 18 anni che per i più svariati motivi arriva a pubblicare il suo libro prima ancora di raggiungere la maturità anagrafica (e mentale), con conseguenze spesso disastrose.“

Parto subito con una precisazione: essendo anch’io virtualmente una baby scrittrice, forse non avrei il diritto di scrivere ciò che segue (anche perché tra questi baby, tutti sono più grandi di me almeno di due anni), ma visto che non ho ancora pubblicato nulla e che, prima di comporre questo articolo, ho analizzato l’argomento per mesi, penso di essermi sufficientemente informata da essere sicura di non scrivere una stupidaggine dietro l’altra. Sia chiaro, in ogni caso, che si tratta di opinioni personali: non intendo quindi passare per presuntuosa affermando verità assolute.

Tutto cominciò, or dunque, con l’ormai famoso Christopher Paolini, classe 1983, che alla tenera età di 15 anni, dopo essere cresciuto a furia di libri fantasy, cominciò a scrivere lui stesso un romanzo di questo genere, che chiamò Eragon. Questo libro, pubblicato dai suoi genitori, iniziò a girare per alcune piccole librerie americane, finché nel 2002 non capitò tra le mani di uno scrittore di gialli, Carl Hiaasen, che lo propose alla sua casa editrice. Da questo momento, Eragon divenne un clamoroso caso editoriale, tanto da fare il giro del mondo e vendere oltre 25 milioni di copie.

Christopher Paolini con il suo ultimo libro, Brisingr.

Dopo Christopher Paolini, furono sempre di più gli adolescenti che, spinti dal suo straordinario successo, iniziarono a loro volta a scrivere un romanzo di genere fantasy: (per ogni autore ho linkato il sito web/blog, la pagina di Wikipedia oppure un’intervista o una pagina di informazioni generali)
– ci fu Anselm Audley, classe ’82, che è arrivato da noi con la trilogia di Aquasilva (Nord);
– ci fu Catherine Webb, classe ’86, autrice quattordicenne di “Il mago dei sogni” (Sperling & Kupfer);
– ci furono Suresh e Jyoti Guptara, classe ‘88, gemelli indiani, che stanno tutt’ora lavorando a una serie di sette libri di cui solo il primo, “I regni di Calaspia: la cospirazione” (Mondadori), è stato tradotto in Italia;
– ci fu la francese Flavia Bujor, sempre di classe ’88, il cui esordio “Le tre pietre” (Sonzogno), scritto a soli 13 anni, divenne in Francia un best-seller;
– ci fu l’inglese Catherine Banner, classe ’89, che a soli 14 anni scrisse “Gli occhi di un re” (Mondadori) ed è stata paragonata addirittura alla Rowling;
– ci fu Cayla Kluver, classe ’92, autrice di “Legacy” (Sperling & Kupfer), che divenne famosa a 14 anni dopo che il suo romanzo d’esordio iniziò a circolare nelle biblioteche degli Stati Uniti.

E questi elencati sono soltanto quelli stranieri, perché passando agli italiani troviamo:
Licia Troisi, classe ’80, che poco più che ventenne pubblicò il suo primo libro, “Nihal della terra del vento”, con Mondadori seguito da altri due libri, due trilogie e una pentalogia tutt’ora in cantiere che in pochi anni le fecero vendere più di un milione di copie solo in Italia;
Egle Rizzo, classe ’81, scrittrice diciassettenne di “Ethlinn, La dea nascosta” (Dario Flaccovio);
Luca Centi, classe ’85, giovane autore di “Il silenzio di Lenth” (Piemme);
Maurizio Temporin, classe ’88, che a 15 anni ha scritto e pubblicato “Il tango delle cattedrali” (Rizzoli);
Gianandrea Siccardi e Alice Montanaro, classe ’88, coautori di “La profezia di Arsalon” (Newton&Compton);
Matteo Mazzuca, classe ’89, autore de “L’ultimo pirata” pubblicato da Mondadori;
Chiara Strazzulla, classe ’90, che esordisce con “Gli eroi del crepuscolo”, primo fantasy pubblicato da Einaudi;
Alessia Fiorentino, classe ’90, autrice di “Sitael – La seconda vita” (Dario Flaccovio), scritto a soli 14 anni;
Thomas Mazzantini, classe ’90, autore di “Garmir l’Eclissiomante” (Baldini Castoldi Dalai);
Federico Ghirardi, classe ’91, che a 17 anni ha pubblicato “Bryan di Boscoquieto nella terra dei mezzi demoni” (Newton&Compton);
Mario de Martino, classe ’93, autore di “L’erede, la spada del re” (Runde Taarn), pubblicato a 16 anni;
Elisa Rosso, classe ’93, che a soli 15 anni esordisce con “Il libro del destino” (Piemme), scritto a 12 anni.

Per non dilungarmi troppo, ho elencato solo gli autori più conosciuti, ma la lista si allunga se aggiungiamo anche nomi meno noti come Marta Dionisio (’92), Pietro Belfiore (’86), Marta Marat (’92), Ester Manzini (’85), Francesco Ruccella (’91) e tantissimi altri.

Ma ora veniamo al punto: cosa caratterizza tutti questi giovanissimi scrittori? Per quale motivo hanno deciso di pubblicare così presto? Soprattutto, i loro libri sono davvero così validi da elogiare i loro autori come enfant prodige?

Partiamo subito dall’ultima domanda: la risposta è no, nel 99% dei casi non è affatto vero che un libro è valido solo perché pubblicato da un autore giovanissimo, né tantomeno che lo scrittore in questione è in automatico una sorta di baby genietto. Perché scrivo questo? Perché nel tempo ho letto almeno un romanzo di tutti i giovani autori che ho elencato (escludendo quello della Rizzo e “La profezia di Arsalon”, che comunque sono nella lista dei libri da leggere quam primum), e tranne rarissime eccezioni ne sono rimasta profondamente delusa.

Il difetto più comune che ho riscontrato è la banalità della trama: tutti o quasi tutti, a partire da Christopher Paolini, si ispirano fortemente al Signore degli Anelli, introducendo pochissimi o addirittura nessun elemento nuovo. Perlopiù si tratta di trame già viste, mal costruite e con intrecci davvero gestiti male.
In secondo luogo troviamo quasi sempre personaggi costruiti veramente in modo scialbo: tutti piatti, tutti privi di personalità, tutti con la stessa voce. Più che personaggi sembrano in gran parte burattini piazzati per caso in mezzo alla storia e manovrati a piacimento dall’autore, e non parti attive della storia, come invece dovrebbe essere.
In tertiis, visto che la quasi totalità dei baby scrittori esordisce con un fantasy, un’altra mancanza tipica è la progettazione dell’ambientazione: basta una delle solite, patetiche cartine geografiche formato diciottoperventicinque infilata nei risvolti del libro e si è a posto. Peccato che una mappa non sia affatto sufficiente a descrivere una buona ambientazione: se è ben fatta, certamente aiuta a orientarsi, specie se il mondo è complesso come la Terra di Mezzo, ma piuttosto che trovare uno schizzo fatto alla “tanto per” sarebbe meglio evitare. Cosa che non viene fatta quasi mai.

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Due cartine a confronto: la favolosa Terra di Mezzo…
… e l’infelice mondo di Lenth (notare lo stretto al posto dell’istmo e i fiumi che vanno da mare a mare).

Ci sarebbero ancora innumerevoli difetti da elencare, ma il mio campanello d’allarme anti-grafomania sta già trillando da un pezzo. Basti sapere che si tratta perlopiù dei tipici errori che si riscontrano quasi sempre nei libri degli esordienti, ovvero imperfezioni di stile, infodump, deus ex machina, uso scorretto del punto di vista, e tante schifezze del genere.
Prometto recensioni più dettagliate dei titoli che ho appena citato, ma per il momento questo è quanto: sono libri scadenti, anche se vengono pubblicizzati come capolavori, che sarebbero risultati certamente migliori se i loro autori avessero aspettato almeno qualche anno, invece che lanciarsi subito nella pubblicazione.
E da qui si passa a un altro quesito scottante: perché pubblicare da giovanissimi? Perché non aspettare di maturate, e quindi di migliorare con la scrittura almeno per qualche annetto, che di certo male non fa?
Il problema, secondo me, questa volta non sta nei ragazzi, bensì negli adulti che li circondano. I loro genitori in primis, ma anche quelli che si trovano tra le mani il loro manoscritto, ovvero gli editori, svolgono un ruolo assai importanti.

Insomma, immaginate di essere genitori, e se lo siete già immaginate che vostro figlio o vostra figlia mostri una particolare propensione per la scrittura. Immaginate di vederlo/a sempre più spesso seduto al computer mentre scrive affannosamente qualcosa che nei primi tempi si rifiuta di rivelare, ma che poi a poco a poco viene fuori lo stesso: sta scrivendo un libro. O meglio, un romanzo fantasy.
Dubito che, a questo punto, esistano molte coppie di genitori che non perdano letteralmente la testa, al pensiero di avere un piccolo genio in casa, e di conseguenza la frittata è fatta: da questo momento in poi il giovane scrittore verrà continuamente bombardato di domande del tipo “A che punto sei?” o “Quante pagine di mancano?”, e nel momento stesso in cui, dopo mesi di fatiche, avrà scritto la parola “fine”, i genitori avranno già da tempo preso contatti con tutti i grandi editori che conoscono, in modo che il loro bambino possa vedere immediatamente pubblicato il suo piccolo capolavoro.
L’editore contattato, da parte sua, non vede neanche lui il momento in cui potrà mettere le mani su una tale miniera d’oro, dato che i baby scrittori sono notoriamente più redditizi dei comuni mortali. Quando davvero avrà la possibilità di leggere il fantomatico manoscritto, nel migliore di casi avrà un colpo apoplettico vedendo con quante e quali mostruosità linguistiche il giovane scrittore ha riempito il suo capolavoro, di sicuro a causa dell’inesperienza e non per sua volontà (almeno spero!)… ma visto che ai poveri baby scrittori non si possono dire certe cose poco carine, che rischiano di compromettere il loro fragile ego già fatto accuratamente lievitare dai genitori, l’editore si scorticherà in elogi su elogi, lodando il suo aborto (perché spesso non può non essere tale) come se si trattasse del libro più bello che abbia mai avuto l’onore di leggere.

Detto fatto. Il libro in questione verrà pubblicato con una tiratura di 20’000 copie – magari con una minima passata di editing, visto che l’editore preferirebbe spararsi piuttosto che pubblicare un obbrobrio del genere – e decorato con una lucida fascetta che recita: “Il caso editoriale del secolo: un enfant prodige di soli [inserire qui un numero N compreso tra 12 e 18] anni!”. E subito dopo una marea di pubblicità, seguita dalle recensioni entusiaste di tutti i finticritici in circolazione e dai commenti di migliaia di sostenitori del nuovo giovane prodigio, tutti elettrizzati dal fatto che “Questo ha solo N anni ed è riuscito a pubblikare! Deve essere senz’altro braviximo!!!”, completamente ignari di cosa sia successo davvero.

I tipici commenti delle fan di un libro (clicca per ingrandire).

E cosa accade al baby scrittore? Be’, è ovvio che lui è il più felice di tutti, dal momento che, nella sua beata innocenza, è ancora convinto che l’editore l’abbia pubblicato perché è veramente un enfant prodige, e non certo per una sorta di perbenismo nei suoi confronti: in fondo, è solo un baby scrittore; se dovesse scoprire la verità (e prima o poi la scoprirà, credetemi) cadrà in crisi di esistenza e andrà a piagnucolare da mammà, lamentandosi che il mondo è cattivo con lui, che è così giovane e talentuoso, e non lo capisce. Sapere che, in realtà, non sa ancora scrivere sarebbe troppo difficile da accettare per lui!

Un baby scrittore disperato dopo aver scoperto che il suo libro fa schifo.

Ma la cosa peggiore è che questo che avete appena letto, anche se può sembrare, è un’esagerazione solo fino a un certo punto. Per fortuna non mi è ancora capitata una cosa del genere, essendo il mio ipotetico libro ancora in fase di progettazione, perciò non so se effettivamente succeda sempre così – e spero con tutto il cuore di no! Immagino, però, che fenomeni del tutto simili a questo accadano piuttosto di frequente, visto lo spaventoso numero di libri pubblicati da baby autori e l’ego smisurato che essi ostentano.
Non ci sarebbe neanche da lamentarsi, infatti, se questi cosiddetti “capolavori” fossero dei bei libri: del resto se un autore scrivesse un buon libro e fosse pure giovane, almeno dal mio punto di vista non ci sarebbe neanche male. Ma il problema è che trovare un libro scritto da uno di questi baby scrittori che sia quantomeno decente (e con questo intendo di livello sufficiente per la pubblicazione) è un fenomeno più unico che raro. Tra i ventitré scrittori che ho elencato, di libri a un livello minimo ne ho trovati due: alcuni di Mario de Martino (“L’erede, la spada del re” e “I figli di Atlantide”, che sto leggendo adesso) e “Gli occhi di un re” di Catherine Banner  (che comunque è passato attraverso la traduzione e quindi attraverso un’ulteriore scrematura). Ho trovato soltanto questi due con una trama interessante, personaggi ben fatti, uno stile accettabile e, in generale, la sensazione che siano stati scritti da una persona con una certa maturità.

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Le copertine de “I Figli di Atlantide” e di “Gli occhi di un re”.

Solo questi due: in tutti gli altri, partendo da libri bruttini ma tutto sommato quasi decenti (come “Il mago dei sogni” della Webb) fino ad arrivare a veri disastri (come “Il libro del destino” di Elisa Rosso), sono riuscita sempre a trovare qualcosa che mi facesse rimpiangere i soldi spesi e, soprattutto, che mi facesse pensare: “Ma perché cavolo non ha aspettato un po’, invece che pubblicare ‘sta schifezza?”.

Prevedo già all’orizzonte che le critiche alla sottoscritta e a questo articolo inizieranno a piovere a catinelle: “Ma come?”, direte. “Anche ‘sta qua è una baby scrittrice e si permette di giudicare così i libri altrui?”.
Be’, ragazzi, spero abbiate chiaro che per giudicare un libro non si debba per forza essere scrittori: basta essere dei buoni lettori – cosa che spero di essere con oltre 500 libri alle spalle. Se stessi etichettando tutti i miei “colleghi” come degli idioti incapaci che dovrebbero fare gli spazzini piuttosto che gli scrittori, avreste ragione. Io mi sono semplicemente limitata a leggere i loro libri, più che altro per cercare un confronto con scrittori più o meno della mia età, e ho dovuto constatare che i più di essi non sono affatto quei prodigi che molti dicono. Non ho la presunzione di definirmi più brava di loro a scrivere, per carità, ma credo sia un diritto di tutti leggere un libro e trovarlo perlomeno piacevole, specie se tutti lo giudicano bello o bellissimo… cosa che, in questo caso, non succede quasi mai.
Un’altra obiezione che prevedo è la seguente: “Ma questa è autolesionista! Critica gli adolescenti che scrivono e poi si scopre che lei stessa è un’adolescente e ama scrivere…”
Anche qui, mi spiace deludervi: con questo articolo mi sto riferendo non ai giovani che amano scrivere (in tal caso sarei davvero masochista), ma ai giovani che amano scrivere e che, per volontà o per ingenuità, se ne fregano del fatto che per scrivere bene occorrano maturità ed esperienza e arrivano a pubblicare da giovanissimi, quando ancora sono inevitabilmente inesperti, e magari pretendono di essere chissà chi solo perché loro hanno pubblicato e io no!
Personalmente, ritengo che il fatto che ci siano molti giovani amanti della scrittura sia una cosa bellissima: se non altro, è pur sempre meglio che un adolescente scriva, piuttosto che se ne stia in strada a fumare o vada tutti i sabati in discoteca a drogarsi e ubriacarsi per poi finire spiaccicato contro un albero per colpa di uno sballo tra amici. Ma nel momento in cui un adolescente decide di pubblicare ciò che ha scritto, egli non è più un normale adolescente appassionato di scrittura: adesso è diventato un autore pubblicato, e come tale deve essere fornitore di libri leggibili, se possibile anche gradevoli, e pubblicando da giovanissimi è inevitabile che questo non accada.
Insomma, io sono un baby genio, non dovete mica pretendere che ciò che scrivo sia perfetto, no? In fondo, l’ho scritto a soli N anni!

Per questa volta ho finito, gente. Nei prossimi articoli approfondirò ulteriormente il tema “baby scrittori” e scriverò le recensioni promesse. Come sempre, critiche e suggerimenti sono bene accetti.

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