Libreschi pensieri – 15

Ci si mette a scrivere di lena, ma c’è un’ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po’ d’ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l’anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa.

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[Italo Calvino, Il cavaliere inesistente]

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Libreschi pensieri – 14

Il testo scorreva, brillante ed elettrico. Si lasciava leggere come se si trattasse di una leggenda, una saga mitologica di prodigi e penurie popolata di personaggi e scenari intrecciati attorno a una profezia di speranza per la stirpe. La narrazione spianava la strada all’avvento di un salvatore guerriero che avrebbe liberato la nazione da ogni male e offesa per restituirle la gloria e l’orgoglio, usurpati da scaltri nemici che avevano cospirato da sempre e per sempre contro il popolo, quale che fosse. […] A volte mi soffermavo a rileggere quanto avevo scritto fino a quel momento ed ero invaso dalla vanità cieca di sentire che il macchinario che stavo mondando funzionava con una precisione assoluta.

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[Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell’angelo]

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Libreschi pensieri – 13

Ma sopra tutte le invenzioni stupende,
qual eminenza fu quella di colui
che s’immaginò di trovar modo
di comunicare i suoi più reconditi pensieri
a qualsivoglia altra persona, benché distante
per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo?
Parlare con quelli che son nell’Indie,
parlare a quelli che non sono ancora nati
né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni?
E con qual facilità? Con i vari accozzamenti
di venti caratteruzzi sopra una carta.

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[Galileo Galilei, Discorso sui due massimi sistemi del mondo]

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Libreschi pensieri – 11

Chi ama il libro, prende in mano,
col sentimento di una tranquilla familiarità,
quell’oggetto che così si chiama, stampato su carta
e rilegato in tela o cuoio o pergamena.
Lo sente come una creatura,
che si tiene in onore e si cura,
e della cui concretezza materiale si è lieti.
Non è per lui solo il mezzo a uno scopo,
sia pure il più spirituale, bensì qualcosa
di pienamente compiuto in se stesso,
saturo di significati molteplici
e capace di dare con ricchezza.

[Romano Guardini, Elogio del libro]

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Libreschi pensieri – 10

«Non è strano come un libro diventi più spesso
se viene letto e riletto di continuo?»
aveva osservato Mo un giorno.

«Come se ogni volta, fra le pagine,
rimanesse attaccato qualcosa:
sensazioni, pensieri, rumori, odori…
E quando a distanza di anni li riapri,
ritrovi te stesso, un po’ più giovane, un po’ diverso,
quasi il libro ti avesse conservato
come un fiore fatto seccare fra le pagine…
un po’ estraneo e un po’ familiare».

[Cuore d’inchiostro, Cornelia Funke]

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Libreschi pensieri – 9

– 
Infilai un foglio nel rullo e, senza concedermi un attimo di tregua, cominciai a spremere quanto avevo dentro.
Lottai con ogni parola, ogni frase, ogni espressione, ogni immagine e ogni lettera come se fossero le ultime che avrei scritto.
Scrissi e riscrissi ogni rigo come se ne andasse della mia vita e poi lo riscrissi di nuovo.
La mia unica compagnia furono l’eco del ticchettio incessante della tastiera che si perdeva nella sala in penombra e il grande orologio a muro che esauriva i minuti che mancavano all’alba.

– 

 [Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell’angelo]

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Libreschi pensieri – 8

– 
Sulla porta del laboratorio era appesa una targa, una piccola targa di latta. Meggie ne conosceva le parole a memoria. Era con quei caratteri antiquati, dalla forma appuntita, che aveva iniziato a cimentarsi con la lettura.
CERTI LIBRI VANNO ASSAPORATI LENTAMENTE, 
ALTRI DIVORATI IN UN SOL BOCCONE.
E SOLO ALCUNI, POCHI, VANNO MASTICATI
PER DIGERIRLI COMPLETAMENTE. 
All’epoca, quando doveva ancora arrampicarsi su una cassa per decifrare la scritta, l’aveva interpretata letteralmente e, con un misto di nausea e orrore, si era chiesta perché mai suo padre avesse scelto proprio la frase di un pazzo che mangiava libri.

  [Cornelia Funke, Cuore d’inchiostro.]


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Libreschi pensieri – 6

Non scrivere mai un romanzo dalla prospettiva di un buco della serratura!
Le parole straniere si chiamano così perché sono estranee alla maggioranza dei lettori!
Non cacciare in una frase più parole di quelle che occorrono.
Se il punto è un muro, i due punti sono una porta.
L’aggettivo è il nemico naturale del sostantivo.
Se scrivi in stato di ubriachezza, rileggi il testo da sobrio prima di farlo stampare.
Usa l’argento vivo per scrivere, perché garantisce la fluidità del discorso.
Le note a piè di pagina sono come i libri sullo scaffale inferiore d’una libreria: non li guarda nessuno perché bisogna piegarsi.
In un’unica frase non dovrebbero mai comparire, simili a formiche, più di un milione di puntini, a meno che la frase non sia compresa in un trattato scientifico sulle formiche.
I sonetti figurano al meglio se scritti a mano su carta, le novelle invece su pergamena.
Dopo ogni tre frasi tira bene il fiato.
Le storie dell’orrore si scrivono meglio con una spugna fredda appoggiata sulla nuca.
Se una delle tue frasi ti ricorda la proboscide di un elefante in procinto di raccattare una nocciolina, allora ripensaci.
Rubare a uno scrittore è furto, rubare a tanti scrittori è ricerca.
I grossi libri sono grossi perché il loro autore non si è preso la briga di essere sintetico.

 

[Walter Moers, La città dei libri sognanti] 

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Libreschi pensieri – 5

 –
 «Quello che io voglio dire può essere espresso anche in un altro modo: l’amore per il libro è proprio di colui che se ne sta se­duto alla sera nella sua stanza, mentre intor­no è silenzio – presupposto, ovviamente, che intorno a lui, al fortunato, sia veramente si­lenzio – ed ecco che, improvvisamente, i libri presenti nella stanza diventano per lui come esseri viventi. Singolarmente viventi. Oggetti piccoli, eppure pieni di mondo. Che stanno lì senza muoversi e senza far rumore, e tutta­via pronti in ogni momento ad aprire le pro­prie pagine e a cominciare un dialogo che racconta del passato, che rimanda al futuro o che invoca l’eternità, e tanto più inesauribile, quanto più ne sa attingere colui che ad essi si avvicina.» 

 [Romano Guardini, Elogio del libro]

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