La fine dell’Asengard: il post che non vorresti mai leggere

Stamattina stavo sguazzando tranquillamente sul web, quando mi sono imbattuta nel sito Writer’s Dream, ovvero il punto d’incontro #1 per chi, come me, ama scrivere… e sono rimasta di sasso vedendo il nuovo articolo postato sul blog, che recitava: “Asengard chiude i battenti”.
Prima ancora di leggere l’articolo, mi sono fiondata sulla pagina dell’Asengard – che, per chi non lo sapesse, è una piccola casa editrice di fantasy e horror tra le migliori in circolazione, almeno secondo il mio modesto parere – sperando con tutto il cuore che si trattasse di uno scherzo.
Purtroppo non era così; purtroppo è ufficiale: l’Asengard sta davvero chidendo i battenti.
Come si trova scritto sul blog stesso, le motivazioni sono semplici. Eppure, nella loro semplicità, sono state dolorose come un pugno nello stomaco: l’Asengard è stata una casa editrice gratuita, cosa che, nonostante l’indubbia qualità dei testi da lei pubblicati, non le permette di sopravvivere in un mondo editoriale dove a farla da padroni sono quegli editori che chiedono migliaia di euro agli autori (anche di questo mi occuperò nei prossimi articoli), oppure quelli che pur essendo gratuiti puntano esclusivamente su scrittori già ultravenduti all’estero.
Ma ciò che più mi ha colpito in quel triste post di addio è stato questo: come ennesima dimostrazione della validità dell’Asengard, Edoardo – uno dei responsabili – non occupa righe su righe a lamentarsi del panorama editoriale, né dei colossi dell’editoria, né della crisi e compagnia bella.
Non fa come tutti gli editori che chiudono i battenti, dando la colpa agli altri piuttosto che assumersi le loro responsabilità. Non fa così, sebbene ne abbia tutto il diritto, perché l’Asengard è l’Asengard.
Perché l’Asengard è speciale.
Come mai sto tanto a commuovermi per una casa editrice che, come tante altre, alza bandiera bianca, chiederete voi?
Be’, la cosa è molto semplice: essendo il mio ipotetico libro proprio tra fantasy e horror, l’Asengard era già da tempo in cima alla lista degli editori a cui mi sarebbe piaciuto proporre il manoscritto, naturalmente una volta concluso. E questa scelta è per due motivi: se lo avessero accettato, sarei stata certa della sua effettiva validità, conoscendo i libri dell’Asengard; viceversa, se lo avessero rifiutato, non avrei dubitato dei loro motivi nel farlo.
Ma ormai è tardi: purtroppo non sono riuscita ad arrivare in tempo per approfittare dell’Asengard.
Di chi sia la colpa di questo fallimento (come di tanti altri) non lo so, né mi sento in diritto di scoprirlo. Ma permettetemi comunque di manifestare la mia solidarietà a una casa editrice che il suo lavoro, a differenza di tante altri, lo faceva eccome e soprattutto lo faceva bene: è una vera e propria vergogna che a sopravvivere nel mercato editoriale sia la spazzatura, e non, come dovrebbe essere, la merce di qualità. Non è giusto che poche case editrici vivano pubblicando tutto quello che capita sotto tiro, purché possa far guadagnare qualcosa, mentre quelle che scelgono con cura cosa pubblicare siano costrette a rimanere nell’ombra o, peggio, a scomparire del tutto.
È vergognoso, ingiusto e profondamente triste, ma purtroppo non c’è molto da fare. Non resta che sperare, dunque, che in futuro le cose possano cambiare.

Non ti dico addio, cara Asengard, ma arrivederci. Grazie per essere esistita, grazie per averci regalato libri meravigliosi.
Spero che tu possa tornare, un giorno.

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Il fenomeno dei baby scrittori… raccontato da una baby scrittrice

Partiamo in quarta con la descrizione di un fenomeno che riguarda molti, la sottoscritta prima di tutto, anche se nel mio caso non direttamente.
Se siete degli abituali frequentatori della sezione “Libri ed autori” di Yahoo! Answers, ma anche se bazzicate spesso in libreria o se siete comunque dei lettori assidui – e se non siete nessuna delle tre opzioni precedenti, ve lo dico io – probabilmente avrete notato anche voi un curioso fatto: il mondo (l’Italia in modo particolare, sembrerebbe) è pieno di aspiranti scrittori, molti dei quali adolescenti. E quando dico pieno intendo proprio strabocchevole.
Su Answers, domande del tipo:
– “Come si scrive un libro?”;
– “Come si diventa scrittori?”;
– “Come vi sembra il mio stile di scrittura?”;
…fino ad arrivare a oscenità della serie: “Voglio scrivere un romanzo… Mi dite la trama?”, se ne trovano come minimo tre al giorno.
E fin qui non ci sarebbe niente di male, se non fosse per un piccolo particolare: di tutti questi aspiranti scrittori, sì e no un 10% sa effettivamente cosa significhi “scrivere”. La maggioranza, infatti, riempie la sua domanda con un numero talmente alto di svarioni grammaticali e altre robacce inguardabili, arrivando addirittura al bimbominkiese, da chiedersi: “Ma perché deve fare proprio lo scrittore? Non sarebbe meglio mandarlo a lavorare in miniera?”. (Senza offesa per i minatori, ovviamente!)
Detto questo, torniamo all’argomento principale, ovverosia i baby scrittori.

Un baby scrittore al lavoro.

Prima di tutto, cosa sono, o meglio chi sono questi sconosciuti? Naturalmente “dicesi baby scrittore un adolescente di età compresa tra i 12 e i 18 anni che per i più svariati motivi arriva a pubblicare il suo libro prima ancora di raggiungere la maturità anagrafica (e mentale), con conseguenze spesso disastrose.“

Parto subito con una precisazione: essendo anch’io virtualmente una baby scrittrice, forse non avrei il diritto di scrivere ciò che segue (anche perché tra questi baby, tutti sono più grandi di me almeno di due anni), ma visto che non ho ancora pubblicato nulla e che, prima di comporre questo articolo, ho analizzato l’argomento per mesi, penso di essermi sufficientemente informata da essere sicura di non scrivere una stupidaggine dietro l’altra. Sia chiaro, in ogni caso, che si tratta di opinioni personali: non intendo quindi passare per presuntuosa affermando verità assolute.

Tutto cominciò, or dunque, con l’ormai famoso Christopher Paolini, classe 1983, che alla tenera età di 15 anni, dopo essere cresciuto a furia di libri fantasy, cominciò a scrivere lui stesso un romanzo di questo genere, che chiamò Eragon. Questo libro, pubblicato dai suoi genitori, iniziò a girare per alcune piccole librerie americane, finché nel 2002 non capitò tra le mani di uno scrittore di gialli, Carl Hiaasen, che lo propose alla sua casa editrice. Da questo momento, Eragon divenne un clamoroso caso editoriale, tanto da fare il giro del mondo e vendere oltre 25 milioni di copie.

Christopher Paolini con il suo ultimo libro, Brisingr.

Dopo Christopher Paolini, furono sempre di più gli adolescenti che, spinti dal suo straordinario successo, iniziarono a loro volta a scrivere un romanzo di genere fantasy: (per ogni autore ho linkato il sito web/blog, la pagina di Wikipedia oppure un’intervista o una pagina di informazioni generali)
– ci fu Anselm Audley, classe ’82, che è arrivato da noi con la trilogia di Aquasilva (Nord);
– ci fu Catherine Webb, classe ’86, autrice quattordicenne di “Il mago dei sogni” (Sperling & Kupfer);
– ci furono Suresh e Jyoti Guptara, classe ‘88, gemelli indiani, che stanno tutt’ora lavorando a una serie di sette libri di cui solo il primo, “I regni di Calaspia: la cospirazione” (Mondadori), è stato tradotto in Italia;
– ci fu la francese Flavia Bujor, sempre di classe ’88, il cui esordio “Le tre pietre” (Sonzogno), scritto a soli 13 anni, divenne in Francia un best-seller;
– ci fu l’inglese Catherine Banner, classe ’89, che a soli 14 anni scrisse “Gli occhi di un re” (Mondadori) ed è stata paragonata addirittura alla Rowling;
– ci fu Cayla Kluver, classe ’92, autrice di “Legacy” (Sperling & Kupfer), che divenne famosa a 14 anni dopo che il suo romanzo d’esordio iniziò a circolare nelle biblioteche degli Stati Uniti.

E questi elencati sono soltanto quelli stranieri, perché passando agli italiani troviamo:
Licia Troisi, classe ’80, che poco più che ventenne pubblicò il suo primo libro, “Nihal della terra del vento”, con Mondadori seguito da altri due libri, due trilogie e una pentalogia tutt’ora in cantiere che in pochi anni le fecero vendere più di un milione di copie solo in Italia;
Egle Rizzo, classe ’81, scrittrice diciassettenne di “Ethlinn, La dea nascosta” (Dario Flaccovio);
Luca Centi, classe ’85, giovane autore di “Il silenzio di Lenth” (Piemme);
Maurizio Temporin, classe ’88, che a 15 anni ha scritto e pubblicato “Il tango delle cattedrali” (Rizzoli);
Gianandrea Siccardi e Alice Montanaro, classe ’88, coautori di “La profezia di Arsalon” (Newton&Compton);
Matteo Mazzuca, classe ’89, autore de “L’ultimo pirata” pubblicato da Mondadori;
Chiara Strazzulla, classe ’90, che esordisce con “Gli eroi del crepuscolo”, primo fantasy pubblicato da Einaudi;
Alessia Fiorentino, classe ’90, autrice di “Sitael – La seconda vita” (Dario Flaccovio), scritto a soli 14 anni;
Thomas Mazzantini, classe ’90, autore di “Garmir l’Eclissiomante” (Baldini Castoldi Dalai);
Federico Ghirardi, classe ’91, che a 17 anni ha pubblicato “Bryan di Boscoquieto nella terra dei mezzi demoni” (Newton&Compton);
Mario de Martino, classe ’93, autore di “L’erede, la spada del re” (Runde Taarn), pubblicato a 16 anni;
Elisa Rosso, classe ’93, che a soli 15 anni esordisce con “Il libro del destino” (Piemme), scritto a 12 anni.

Per non dilungarmi troppo, ho elencato solo gli autori più conosciuti, ma la lista si allunga se aggiungiamo anche nomi meno noti come Marta Dionisio (’92), Pietro Belfiore (’86), Marta Marat (’92), Ester Manzini (’85), Francesco Ruccella (’91) e tantissimi altri.

Ma ora veniamo al punto: cosa caratterizza tutti questi giovanissimi scrittori? Per quale motivo hanno deciso di pubblicare così presto? Soprattutto, i loro libri sono davvero così validi da elogiare i loro autori come enfant prodige?

Partiamo subito dall’ultima domanda: la risposta è no, nel 99% dei casi non è affatto vero che un libro è valido solo perché pubblicato da un autore giovanissimo, né tantomeno che lo scrittore in questione è in automatico una sorta di baby genietto. Perché scrivo questo? Perché nel tempo ho letto almeno un romanzo di tutti i giovani autori che ho elencato (escludendo quello della Rizzo e “La profezia di Arsalon”, che comunque sono nella lista dei libri da leggere quam primum), e tranne rarissime eccezioni ne sono rimasta profondamente delusa.

Il difetto più comune che ho riscontrato è la banalità della trama: tutti o quasi tutti, a partire da Christopher Paolini, si ispirano fortemente al Signore degli Anelli, introducendo pochissimi o addirittura nessun elemento nuovo. Perlopiù si tratta di trame già viste, mal costruite e con intrecci davvero gestiti male.
In secondo luogo troviamo quasi sempre personaggi costruiti veramente in modo scialbo: tutti piatti, tutti privi di personalità, tutti con la stessa voce. Più che personaggi sembrano in gran parte burattini piazzati per caso in mezzo alla storia e manovrati a piacimento dall’autore, e non parti attive della storia, come invece dovrebbe essere.
In tertiis, visto che la quasi totalità dei baby scrittori esordisce con un fantasy, un’altra mancanza tipica è la progettazione dell’ambientazione: basta una delle solite, patetiche cartine geografiche formato diciottoperventicinque infilata nei risvolti del libro e si è a posto. Peccato che una mappa non sia affatto sufficiente a descrivere una buona ambientazione: se è ben fatta, certamente aiuta a orientarsi, specie se il mondo è complesso come la Terra di Mezzo, ma piuttosto che trovare uno schizzo fatto alla “tanto per” sarebbe meglio evitare. Cosa che non viene fatta quasi mai.

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Due cartine a confronto: la favolosa Terra di Mezzo…
… e l’infelice mondo di Lenth (notare lo stretto al posto dell’istmo e i fiumi che vanno da mare a mare).

Ci sarebbero ancora innumerevoli difetti da elencare, ma il mio campanello d’allarme anti-grafomania sta già trillando da un pezzo. Basti sapere che si tratta perlopiù dei tipici errori che si riscontrano quasi sempre nei libri degli esordienti, ovvero imperfezioni di stile, infodump, deus ex machina, uso scorretto del punto di vista, e tante schifezze del genere.
Prometto recensioni più dettagliate dei titoli che ho appena citato, ma per il momento questo è quanto: sono libri scadenti, anche se vengono pubblicizzati come capolavori, che sarebbero risultati certamente migliori se i loro autori avessero aspettato almeno qualche anno, invece che lanciarsi subito nella pubblicazione.
E da qui si passa a un altro quesito scottante: perché pubblicare da giovanissimi? Perché non aspettare di maturate, e quindi di migliorare con la scrittura almeno per qualche annetto, che di certo male non fa?
Il problema, secondo me, questa volta non sta nei ragazzi, bensì negli adulti che li circondano. I loro genitori in primis, ma anche quelli che si trovano tra le mani il loro manoscritto, ovvero gli editori, svolgono un ruolo assai importanti.

Insomma, immaginate di essere genitori, e se lo siete già immaginate che vostro figlio o vostra figlia mostri una particolare propensione per la scrittura. Immaginate di vederlo/a sempre più spesso seduto al computer mentre scrive affannosamente qualcosa che nei primi tempi si rifiuta di rivelare, ma che poi a poco a poco viene fuori lo stesso: sta scrivendo un libro. O meglio, un romanzo fantasy.
Dubito che, a questo punto, esistano molte coppie di genitori che non perdano letteralmente la testa, al pensiero di avere un piccolo genio in casa, e di conseguenza la frittata è fatta: da questo momento in poi il giovane scrittore verrà continuamente bombardato di domande del tipo “A che punto sei?” o “Quante pagine di mancano?”, e nel momento stesso in cui, dopo mesi di fatiche, avrà scritto la parola “fine”, i genitori avranno già da tempo preso contatti con tutti i grandi editori che conoscono, in modo che il loro bambino possa vedere immediatamente pubblicato il suo piccolo capolavoro.
L’editore contattato, da parte sua, non vede neanche lui il momento in cui potrà mettere le mani su una tale miniera d’oro, dato che i baby scrittori sono notoriamente più redditizi dei comuni mortali. Quando davvero avrà la possibilità di leggere il fantomatico manoscritto, nel migliore di casi avrà un colpo apoplettico vedendo con quante e quali mostruosità linguistiche il giovane scrittore ha riempito il suo capolavoro, di sicuro a causa dell’inesperienza e non per sua volontà (almeno spero!)… ma visto che ai poveri baby scrittori non si possono dire certe cose poco carine, che rischiano di compromettere il loro fragile ego già fatto accuratamente lievitare dai genitori, l’editore si scorticherà in elogi su elogi, lodando il suo aborto (perché spesso non può non essere tale) come se si trattasse del libro più bello che abbia mai avuto l’onore di leggere.

Detto fatto. Il libro in questione verrà pubblicato con una tiratura di 20’000 copie – magari con una minima passata di editing, visto che l’editore preferirebbe spararsi piuttosto che pubblicare un obbrobrio del genere – e decorato con una lucida fascetta che recita: “Il caso editoriale del secolo: un enfant prodige di soli [inserire qui un numero N compreso tra 12 e 18] anni!”. E subito dopo una marea di pubblicità, seguita dalle recensioni entusiaste di tutti i finticritici in circolazione e dai commenti di migliaia di sostenitori del nuovo giovane prodigio, tutti elettrizzati dal fatto che “Questo ha solo N anni ed è riuscito a pubblikare! Deve essere senz’altro braviximo!!!”, completamente ignari di cosa sia successo davvero.

I tipici commenti delle fan di un libro (clicca per ingrandire).

E cosa accade al baby scrittore? Be’, è ovvio che lui è il più felice di tutti, dal momento che, nella sua beata innocenza, è ancora convinto che l’editore l’abbia pubblicato perché è veramente un enfant prodige, e non certo per una sorta di perbenismo nei suoi confronti: in fondo, è solo un baby scrittore; se dovesse scoprire la verità (e prima o poi la scoprirà, credetemi) cadrà in crisi di esistenza e andrà a piagnucolare da mammà, lamentandosi che il mondo è cattivo con lui, che è così giovane e talentuoso, e non lo capisce. Sapere che, in realtà, non sa ancora scrivere sarebbe troppo difficile da accettare per lui!

Un baby scrittore disperato dopo aver scoperto che il suo libro fa schifo.

Ma la cosa peggiore è che questo che avete appena letto, anche se può sembrare, è un’esagerazione solo fino a un certo punto. Per fortuna non mi è ancora capitata una cosa del genere, essendo il mio ipotetico libro ancora in fase di progettazione, perciò non so se effettivamente succeda sempre così – e spero con tutto il cuore di no! Immagino, però, che fenomeni del tutto simili a questo accadano piuttosto di frequente, visto lo spaventoso numero di libri pubblicati da baby autori e l’ego smisurato che essi ostentano.
Non ci sarebbe neanche da lamentarsi, infatti, se questi cosiddetti “capolavori” fossero dei bei libri: del resto se un autore scrivesse un buon libro e fosse pure giovane, almeno dal mio punto di vista non ci sarebbe neanche male. Ma il problema è che trovare un libro scritto da uno di questi baby scrittori che sia quantomeno decente (e con questo intendo di livello sufficiente per la pubblicazione) è un fenomeno più unico che raro. Tra i ventitré scrittori che ho elencato, di libri a un livello minimo ne ho trovati due: alcuni di Mario de Martino (“L’erede, la spada del re” e “I figli di Atlantide”, che sto leggendo adesso) e “Gli occhi di un re” di Catherine Banner  (che comunque è passato attraverso la traduzione e quindi attraverso un’ulteriore scrematura). Ho trovato soltanto questi due con una trama interessante, personaggi ben fatti, uno stile accettabile e, in generale, la sensazione che siano stati scritti da una persona con una certa maturità.

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Le copertine de “I Figli di Atlantide” e di “Gli occhi di un re”.

Solo questi due: in tutti gli altri, partendo da libri bruttini ma tutto sommato quasi decenti (come “Il mago dei sogni” della Webb) fino ad arrivare a veri disastri (come “Il libro del destino” di Elisa Rosso), sono riuscita sempre a trovare qualcosa che mi facesse rimpiangere i soldi spesi e, soprattutto, che mi facesse pensare: “Ma perché cavolo non ha aspettato un po’, invece che pubblicare ‘sta schifezza?”.

Prevedo già all’orizzonte che le critiche alla sottoscritta e a questo articolo inizieranno a piovere a catinelle: “Ma come?”, direte. “Anche ‘sta qua è una baby scrittrice e si permette di giudicare così i libri altrui?”.
Be’, ragazzi, spero abbiate chiaro che per giudicare un libro non si debba per forza essere scrittori: basta essere dei buoni lettori – cosa che spero di essere con oltre 500 libri alle spalle. Se stessi etichettando tutti i miei “colleghi” come degli idioti incapaci che dovrebbero fare gli spazzini piuttosto che gli scrittori, avreste ragione. Io mi sono semplicemente limitata a leggere i loro libri, più che altro per cercare un confronto con scrittori più o meno della mia età, e ho dovuto constatare che i più di essi non sono affatto quei prodigi che molti dicono. Non ho la presunzione di definirmi più brava di loro a scrivere, per carità, ma credo sia un diritto di tutti leggere un libro e trovarlo perlomeno piacevole, specie se tutti lo giudicano bello o bellissimo… cosa che, in questo caso, non succede quasi mai.
Un’altra obiezione che prevedo è la seguente: “Ma questa è autolesionista! Critica gli adolescenti che scrivono e poi si scopre che lei stessa è un’adolescente e ama scrivere…”
Anche qui, mi spiace deludervi: con questo articolo mi sto riferendo non ai giovani che amano scrivere (in tal caso sarei davvero masochista), ma ai giovani che amano scrivere e che, per volontà o per ingenuità, se ne fregano del fatto che per scrivere bene occorrano maturità ed esperienza e arrivano a pubblicare da giovanissimi, quando ancora sono inevitabilmente inesperti, e magari pretendono di essere chissà chi solo perché loro hanno pubblicato e io no!
Personalmente, ritengo che il fatto che ci siano molti giovani amanti della scrittura sia una cosa bellissima: se non altro, è pur sempre meglio che un adolescente scriva, piuttosto che se ne stia in strada a fumare o vada tutti i sabati in discoteca a drogarsi e ubriacarsi per poi finire spiaccicato contro un albero per colpa di uno sballo tra amici. Ma nel momento in cui un adolescente decide di pubblicare ciò che ha scritto, egli non è più un normale adolescente appassionato di scrittura: adesso è diventato un autore pubblicato, e come tale deve essere fornitore di libri leggibili, se possibile anche gradevoli, e pubblicando da giovanissimi è inevitabile che questo non accada.
Insomma, io sono un baby genio, non dovete mica pretendere che ciò che scrivo sia perfetto, no? In fondo, l’ho scritto a soli N anni!

Per questa volta ho finito, gente. Nei prossimi articoli approfondirò ulteriormente il tema “baby scrittori” e scriverò le recensioni promesse. Come sempre, critiche e suggerimenti sono bene accetti.

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Perché questo blog?

Mi piace avere sempre un motivo ben saldo per tutte le cose che faccio, così come mi piace domandarmi sempre il perché di tutto. Ogni scelta dovrebbe avere delle solide basi per essere compiuta, e la mia decisione di ritagliarmi questo piccolo spazio nell’oceano virtuale non fa eccezione.
Perché, dunque, ho deciso di aprire questo blog? Cosa mi ha fatto pensare di avere qualcosa di così interessante da scrivere da condividerlo addirittura con tutto il web? In questo caso i motivi sono più d’uno.

Primo tra tutti, il mio viscerale amore per la scrittura.
Ho sempre amato scrivere, fin da piccola, così come ho sempre adorato stare vicino ai miei libri, amici e intrepidi compagni di avventure, ma la vera scintilla d’amore ne ha impiegato davvero parecchio, di tempo, prima di scoccare: questo è accaduto più o meno tre anni fa, diciamo pure per caso,… anche se è noto che, quando si parla di caso, si sa come esso in realtà c’entri ben poco.
Non ho intenzione di annoiare potenziali lettori già a partire dal mio secondo articolo, perciò concedetemi di non raccontarvi adesso tutti i particolari di questo incontro casuale tra me e la scrittura: quelli arriveranno più avanti. Forse.

Ad ogni modo, questa scintilla scoccò, e la mia nuova, irrefrenabile voglia di scrivere occupò una ventina di pagine, sottoforma di fan fiction. Da una fan fiction diventarono due, e quest’ultima impiegò le mie energie per quasi un anno, trasformandosi in un “romanzo” di 150 e passa pagine. Un’innocua storia di ninja e di duelli all’arma bianca, che presto – non so nemmeno spiegarmi come – divenne un horror popolato da vampiri. E fu proprio da questa storia, che aveva iniziato a prendere una piega ben diversa da quella che mi ero prefissata, che nacque un’altra idea, l’idea che fece nascere quasi dal nulla la mia creatura.
Forse sembrerò presuntuosa a parlare così della mia storia, ma non posso definirla altro che così: è una storia che non è più una semplice storia; col passare del tempo è diventata parte di me, come una fetta della mia anima. È una storia per la quale sto faticando da quasi due anni, prima per cercare di renderla reale, quasi viva, e successivamente per tentare senza troppo successo di non permetterle di diventare così reale da occupare tutti i meandri della mia mente. È una storia che da poche pagine (all’inizio avevo calcolato non più di 300 cartelle, se proprio mi fossi dilungata) è cresciuta e si è evoluta, tanto che dopo un anno di scrittura mi sono resa conto che non sarei mai e poi mai riuscita a tenermela tutta a mente.
Da una fase di scrittura della storia effettiva sono passata perciò a un momento di tregua, in cui mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a stendere quello che nella mia USB zeppa di roba si sarebbe dovuto chiamare “Elenco dei punti principali.doc”: una sorta di riassunto molto dettagliato che doveva servirmi per avere più chiara in testa la trama, che col passare del tempo si approfondiva sempre di più.
Oggi, 25 giugno 2011, questo elenco occupa esattamente 669’667 battute, 335 cartelle, e secondo i miei bizzarri calcoli sono sì e no a metà della storia che vorrei arrivare a scrivere. In poche parole ho già superato abbondantemente il numero di pagine che mi ero prefissata, e il guaio è che questa non è la storia vera, ma il riassunto della storia.
Questo, naturalmente, ha comportato una serie di problemi: d’accordo, sono giovane e ho gran parte della vita davanti per concludere quello che, dentro di me, sto già iniziando a chiamare “libro”… ma quanto tempo richiederà tutto ciò? Ne vale davvero la pena?
Sì, mi sono detta, ne vale la pena, e credo che chiunque passi di qui e ami scrivere sia d’accordo con me: la propria creatura è unica e senza eguali, perciò le si farebbe un grave torto abbandonandola al suo destino. Così ho continuato, e continuo tutt’ora. E a quelli che mi domandano: «Ma non saranno troppe idee da inserire in un solo libro?», rispondo con un motto sempre valido: «Mai dire mai.»

Accanto alla scrittura letteraria, però, nel frattempo anche la scrittura pratica chiedeva insistentemente la sua attenzione. Oltre a quello di pubblicare, infatti, ho un altro sogno nel cassetto; anzi, altri due: diventare giornalista oppure lavorare in una casa editrice, magari come editor.
Anche qui, tutto cominciò quasi per gioco, tramite il sito Yahoo! Answers (e non storcete il naso, cari miei: qualche volta ci si trova persino qualcosa di interessante; raramente, ma si trova), e in particolare nella sezione Libri ed Autori. All’inizio trovai quasi sconcertante l’incredibile numero di persone che desideravano scrivere un libro, spesso dal nulla: di fronte a tanta inesperienza (non che io ne potessi vantare molta di più, ma era pur sempre meglio di niente), fu quasi un gioco rispondere alle loro domande. Iniziai a condividere con loro le tante informazioni raccolte nel tempo via internet, su tutto ciò che riguardava lo scrivere, il rileggere, il pubblicare e così via, mentre a mano a mano che continuavo ne imparavo anch’io di nuove.
L’esperimento andò bene. Tanto bene che mi ritrovai addirittura nella classifica delle “Migliori risposte” di Libri ed Autori.
E la cosa che mi dava più soddisfazione non erano i punti che ricevevo, ma i “Te la meriti proprio, la migliore risposta!”, “In tanti anni che sono su Answers non ho mai ricevuto una risposta del genere, così chiara e dettagliata!” o i “Scrivi veramente bene, lo sai?” che mi venivano scritti sempre con maggior frequenza.
Scrivere per gli altri, possibilmente parlando di libri e di scrittura, mi piaceva e soprattutto mi divertiva, quasi tanto quanto inventare storie, e se me la cavavo anche bene perché non iniziare a farlo sul serio?
Fu così che iniziò a ronzarmi in testa l’idea, subito apparentemente utopica e poi sempre più reale, di crearmi un mio spazio web in cui continuare a condividere i miei pensieri scrittevoli, e magari dove poter ricevere commenti e critiche che mi aiutassero a migliorare anche sul piano letterario.
Per scrivere un blog, però, servivano delle idee: ho visto fin troppi blog scadere in contenuti banali prima e finire nel dimenticatoio dopo pochi mesi poi, a causa delle poche idee dei loro proprietari. Così, l’ottobre scorso se non ricordo male, feci il punto della situazione: quante possibili idee che mi frullavano nella mente avrebbero potuto trasformarsi in futuri articoli? Cominciai con una ventina, poi cinquanta, poi cento, poi sempre di più… fino a quando la pagina che mi ero creata ha raggiunto quota 950 idee su cui mi sarebbe piaciuto scrivere un articolo. Troppe, come al solito.
(A volte mi chiedo se gli scrittori-perennemente-senza-idee sappiamo veramente quello che dicono, quando desiderano più idee: è molto, molto peggio averne troppe, secondo me.)
Ad ogni modo, in questo caso meglio troppe che troppo poche: più idee avevo, più sarei riuscita a tenere in vita il blog, e per questo non posso che ringraziare la mia testolina sforna-idee. Non mi resta sperare che anche questo esperimento funzioni, magari garantendomi un po’ di visibilità, che mi sarà utile se mai la mia creatura riuscirà a vedere la luce.

Dopo questa lunga introduzione, probabilmente vi sarete già fatti un’idea più che chiara del fatto che la sottoscritta soffra di una grave e incurabile forma di grafomania. Se ancora non vi ho spaventato, spero che continuerete a seguire questo blog nato da poco. Ma tanto lo so che siete coraggiosi e che non vi spaventa nemmeno un’aspirante scrittrice grafomane.
O no? 😉

PS: è sottinteso, d’ora in poi, che ogni critica, ogni consiglio, ogni suggerimento riguardo ai post futuri è ben accetto.

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L’inizio della storia

Ben appropinquato a questo maniero, o impavido viandante, che dopo tanto vagare per lo sconfinato oceano chiamato Internet sei alfine giunto alla mia umile dimora.
Per prima cosa, desidero ringraziare te. Sì, hai letto bene, proprio te che stai leggendo queste righe, e che ora sei seduto sulla tua seggiola preferita davanti allo schermo del computer. Ti do un caloroso benvenuto nel mio blog, nel mio castello in una terra lontana, nel mio fantastico mondo,… ovvero nel minuscolo spazio web che dopo tante fatiche e tanti sogni sono riuscita a ritagliarmi.
Ringrazio te prima di tutto, perché senza lettori un blog non è niente, è una completa nullità. E se anche tu fossi l’unico visitatore mai passato di qua… ne sarebbe valsa la pena ugualmente. Un lettore, dopotutto, è pur sempre meglio di nessun lettore, no?

In tutto il web, dicono, sono presenti più di 130 milioni di blog. Uno solo, se messo a confronto, non è niente: è come un singolo granello di sabbia, una singola goccia di acqua di mare, una singola stella. Eppure questo in cui sei capitato non è come tutti gli altri: questo è speciale, unico.

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